Molti sono convinti che il concetto di “gusto”, come tutto ciò che attiene all’estetica, sia in fondo un concetto marginale, non sostanziale, incapace di incidere in profondità, sovrastrutturale e femmineo, se non addirittura frivolo. La storia del gusto, figlia minore della storia dell’arte, appare a costoro come una costola meno importante, subalterna e senz’altro meno formativa della storia dell’economia e di quella della politica, entrambe invece riferibili a pilastri strutturali dell’umanità e della sua evoluzione.
Andando avanti per questo percorso di ragionamento è possibile giungere alla convinzione che il gusto sia cosa da poco e come tale contenga una sorta di ingenuità e di innocenza.
Non è così.
Più mi inoltro sulle strade dell’esperienza, più mi convinco che una credenza come questa è nociva e pericolosa.
Sarebbe come sostenere che le parole, a differenza delle armi, non uccidono, dimenticando che le parole danno forma al pensiero, all’odio, alla pace, allo stare insieme ed ai suoi modi; le parole contengono i gesti e le re-azioni, li rendono possibili, probabili, vicini, oppure li escludono, li allontanano. Le parole sanguinano e amano.
Così il gusto, il linguaggio dei segni.
Esso contiene i concetti di “appartenenza”, “riconoscibilità”, “somiglianza”, “normalità”, “bellezza” e quindi, automaticamente, genera i loro opposti, il concetto di “non appartenenza”, di “diversità”, di “anormalità”, di “esclusione”e di “bruttezza”.
Il buon gusto piace ed è socializzante, ti consente frequentazioni e incontri, ti concede opportunità: ma che succede a chi ne sta fuori e frequenta altre sembianze?
È proprio vero che “ogni gusto è gusto” a parità di diritti e di cittadinanza?
O piuttosto la libertà di opzione che sembra aleggiare dietro questo motto è del tutto apparente e limitata entro una forchetta di scelte possibili assai ristretta?
Il gusto è un arma micidiale, che unisce e discrimina.
Di gusto si può morire: di gusto si può vivere male e anche malissimo.
Come le parole, il gusto genera sangue e amore: come le parole il gusto è pericoloso e può uccidere.
Come la mantide religiosa il buon gusto divora chi lo ama, lo ingoia e poi, a poco a poco, lo scioglie nell’acido della sua digestione lenta e lo annienta.

 

illustrazione © Francesca Perani