“Avevi sempre gli occhi strizzati e la fronte aggrottata: mi fissavi a lungo, senza distogliere lo sguardo “
È quello che mi ha detto Margherita, una compagna della squadra di pallavolo della mia adolescenza, che non rivedevo da molti anni e che ho reincontrata la scorsa settimana a una festa di matrimonio,
In un solo attimo, il suo racconto così netto della mia faccia di 5 decenni prima mi ha scatenato ricordi e ragionamenti: nello specchio delle sue parole ho visto l’ immagine ( di certo non rasserenante ) che di me adolescente offrivo agli altri, seria, accigliata, concentrata e sotto sforzo e sulla quale gli altri, come lei, hanno lombrosianamente costruito la mia reputazione di persona austera e giudicante, senza paura e un po’ altezzosa, fino a snob, dura e radicale.
In realtà ero soltanto un’astigmatica che per i primi 15 anni della sua vita non ha portato gli occhiali: però col senno di poi, mi rendo conto di quanto abbia finito con l’ assomigliare davvero alla reputazione che gli altri avevano di me e di come questa caratteristica fisica abbia inciso sulla costruzione della mia personalità.
Sono nata astigmatica: la mia visione infantile del mondo era un po’ sfocata e sfasata, addobbata come un albero di Natale da stelline luminose in cui , soprattutto alla sera, la luce si frantumava scintillante.
Una visione affollata di forme da decifrare, non solo perché come ogni bambina dovevo ancora imparare tutto della vita , ma, tecnicamente, perché il mio cristallino era difettoso.
Una visione impressionista di masse colorate e compenetrate, in cui dovevo attardarmi per cercare dettagli e contorni precisi.
Lo strizzamento degli occhi era un aiuto formidabile e per i miei genitori fu anche un segnale chiaro della necessità di interpellare un oculista.
Sarebbe stato tutto diverso se , quando seienne iniziai la scuola e il problema emerse con nitore, avessi avuto un buon rapporto con la magica protesi che chiamiamo occhiali, niente più strizzamenti degli occhi e aggrottamenti della fronte, una visione immediata e meno faticosa, un’espressione da bimba quale ero, paffuta e garrula.
Ma io, seienne, con gli occhiali proprio non mi piacevo: attraverso di loro, guardandomi allo specchio, vedevo una me con cui non riuscivo a coabitare.
E perché mai cercare di vedere meglio se quello che vedi in più non ti piace?
Probabilmente non accettavo neppure che l’unica visione che conoscevo come normale e con cui avevo fin lì stabilito un rapporto di serena e pacifica convivenza , venisse di colpo giudicata inadeguata e, ancora peggio, che la sua inadeguatezza dovesse essere incorniciata con gli occhiali diventando evidente a tutti .
Contó molto anche un’altra circostanza e cioè che durante la visita oculistica le mie orecchie da bambina poterono captare alcune parole che , senza ovviamente capirle fino in fondo, mi parvero sgradevolissime: la prima è che era un difetto “ereditario” , uguale a quello del mio adorato babbo, la seconda era che il mio difetto avrebbe potuto essere la premessa dell’occhio “pigro“, cioè di una progressiva rinuncia ad usare la vista nelle mappe d’orientamento nel mondo.
Mi parvero entrambe ingiustizie, dolorosa quella dell’eredità paterna ( ma perché tra tutte le cose meravigliose di mio padre a cui avrebbe potuto attingere la sorte aveva scelto di consegnarmi proprio il suo astigmatismo?) ; irricevibile quella dell’occhio “pigro”, anche perché quando iniziai la prima elementare sapevo già perfettamente scrivere e leggere da almeno due anni e lo facevo continuamente.. insomma, occhio “pigro” in che senso?
Gli occhiali divennero così una mia dotazione obbligata e per nulla gradita e infatti li ho tenuti in fondo alla cartella lungo tutto il percorso della scuola obbligatoria, per poi , molto gradualmente , stringere con loro un patto di accettazione e di alleanza soltanto negli anni successivi della maturità .
Non portarli mi costrinse a mettere a punto alcuni strategie di sopravvivenza, innanzitutto quella di sedermi nei banchi della prima fila fin dall’inizio della scuola elementare, facilitata dal fatto che fossero i meno ambiti dagli altri scolari che non gradivano affatto l’avvicinamento allo sguardo vigile della maestra, per me invece indispensabile.
Ora, ripensandoci, mi viene da sorridere immaginando cosa la signorina Lecchi potesse pensare di me vedendo i miei occhi strizzati che la fissavano ininterrottamente (a quei tempi non si usava ancora l’aggettivo nerd): sta di fatto che la prima fila favorì la mia attitudine a prestare attenzione e a non distrarmi e mi facilitò molto nell’imparare ciò che lei diceva, per poi ripeterlo, grazie a una formidabile memoria, con la precisione di un nastro registrato ogni volta che venivo messa alla prova, gratificata dalla sua evidente soddisfazione.
Non credo di esagerare affermando che il difetto del mio cristallino fu il motivo principale della mia brillante e scorrevole carriera scolastica .
E che mi portò a godere di altri indubbi vantaggi.
Stare molto attenta al mattino mi consentiva di studiare molto meno al pomeriggio e di avere tempo per fare altro , cioè, sostanzialmente, quello che mi interessava di più e che in gran parte, anche nel seguito della mia vita, ho cercato e trovato proprio fuori dalla scuola.
Inoltre l’aspetto serio e concentrato , insieme ai buoni risultati scolastici, mi fece guadagnare da subito la fiducia, spesso immeritata, del mondo degli adulti, che mi considerava in genere una bambina/ragazzina affidabile, regalandomi preziosi spazi di libertà e un’autonomia precoce.
Ma, soprattutto, il mio cristallino difettoso ha fatto sì che per me guardare sia sempre stato un esercizio impegnativo, da praticare con attrezzi vari e da allenare: obbligatoriamente per me guardare è sempre stata un’azione interpretativa, perché la registrazione immediata, automatica e imprecisa della realtà che gli occhi mi consentivano necessitava di un completamento e di un prolungamento temporale per permettere ad altre parti di me di intervenire in mio soccorso aiutandomi nella decodifica del mondo.
Ho imparato naturalmente a distinguere la figura e lo sfondo, la forma e il colore.
Cercandoli faticosamente, ho imparato ad apprezzare i dettagli che probabilmente, se mi fossero stati regalati dalla vista come dati immediati ed automatici, mi sarebbero sfuggiti.
Da subito ho imparato la fallacia degli occhi e la relatività delle verità che mi trasmettevano : che esistano i miraggi e le distorsioni io lo sapevo per esperienza diretta e reiterata e "a prima vista" per me non è mai stato sufficiente.
Ho combattuto con l’odioso destino dell’occhio “pigro” e guardare è diventata via via la mia grande passione: ho imparato a farlo con il naso e con le orecchie, a vedere col cuore e con la memoria.
Come Tiresia, dopo il lungo allenamento della mia vita, sono ora quasi pronta per una vecchiaia da “non vedente ”.
Dopo 50 anni, nell’incontro con Margherita, portavo gli occhiali da sole/vista, come ormai faccio quasi sempre: lo strizzamento degli occhi e il corrugamento della fronte hanno impresso sul mio viso una geografia articolata di rughe d’espressione.
Ora sto sperimentando la perdita dell’udito stereofonico causata dalla formazione nell’ orecchio destro di uno schwannoma: mi è stato diagnosticato dall’otorino con parole sgradevolissime come quelle dell’oculista dell’infanzia, che mi hanno annunciato il destino della progressiva sordità dovuta all’inevitabile e inesorabile atrofizzazione del nervo uditivo.
Anche in questo caso però l’esperienza vissuta dell’ astigmatismo mi concede un vantaggio, confortandomi con la certezza che sono sempre possibili strategie di adattamento: per esempio, per evitare che le persone che incontro interpretino nuovamente le mie espressioni un po’ perplesse in modo lombrosiano, ora le avverto subito che devono parlarmi all’orecchio sinistro.
Ero semplicemente astigmatica e da lì è partita la mia interpretazione della vita .
Fra un po’ avrò un udito totalmente monofonico e tutto dovrà di nuovo riassestarsi: le mie mappe d’orientamento, il mio modo di incontrare gli altri, il loro modo di capire chi sono.